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Dr. Giuseppe Armentaro
Psicologo -
Psicoterapeuta
Iscr. Ordine
Regione Piemonte n° 1580
LA DIAGNOSI PSICOLOGICA DEL DANNO PSICHICO: APPROCCIO METODOLOGICO PER
USO MEDICO LEGALE
Nota:
Una versione
più ampia del seguente articolo si può trovare in: Minerva Medico
Legale 2000, 120: 37-46.
Premessa
Negli ultimi anni
si sono verificati dei profondi mutamenti nella società e nel diritto,
che hanno portato ad attribuire un nuovo peso e un nuovo ruolo al danno
psichico derivante da un evento traumatico.
In passato, seppur
non esplicitamente menzionato, il danno psichico veniva ricompreso sotto
la voce danno morale, che se da un lato ne prevedeva almeno
parzialmente il risarcimento, dall’altro lato non attribuiva ad esso una
sua autonoma e quantificabile valutazione. A partire dalle sentenze n.
87 e n. 88 del 1979 e con la sentenza n. 184 del 1986, la Corte
Costituzionale ha posto le basi per il riconoscimento del danno
biologico di natura psichica, distinto da quello patrimoniale e morale.
Ancora oggi è
difficile definire con precisione e in maniera univoca cosa si intende
per danno psichico. Nella accezione più comune il “Danno”
rappresenta una lesione, una disfunzione, una alterazione o una
diminuzione più o meno grave ed evidente di efficienza. Con “Psichico”
si indica il complesso di fenomeni e funzioni che consentono
all’individuo di formarsi una rappresentazione di sé e del mondo e di
interagire con esso in modo adattivo.
Il danno psichico
potrebbe essere definito come una compromissione, anche in assenza di
lesioni o malattie organiche, obiettiva e durevole dell'equilibrio
psicologico, del comportamento e delle capacità di adattamento alla
realtà, che compromette quindi le capacità, le potenzialità e più in
generale la qualità di vita del soggetto.
Nonostante il suo
riconoscimento giuridico, il danno psichico spesso o sfugge al
Consulente Tecnico, o viene ritenuto parte integrante del danno fisico,
oppure ancora viene confuso con gli aspetti del danno morale. Di
conseguenza esso non sempre viene considerato oggetto di autonoma
analisi, valutazione e liquidazione (1)(2).
Probabilmente tale
situazione è favorita dal fatto che la medicina legale sembra riluttante
all'accettazione e all'utilizzo di strumenti e metodologie proprie della
psichiatria e ancora di più della psicologia. Il danno psichico non
essendo per sua natura osservabile e oggettivabile come una qualunque
altra lesione corporea, necessita di metodi e strumenti nuovi e/o non
abituali per il medico legale.
Il disturbo
psichico è determinato da vissuti, da elaborazioni e da aspetti
strettamente soggettivi ai quali non si possono applicare in modo
pedissequo i principi della causalità e della consequenzialità propri
della medicina legale. Allo stesso modo è altrettanto vero che gli
psichiatri e gli psicologi hanno usato, ed usano, per la valutazione del
disturbo, metodi e strumenti che non sempre forniscono risultati
perfettamente riproducibili secondo il classico metodo sperimentale.
Diagnosi
psicologica
Il professionista
che deve effettuare una diagnosi psicologica non ha riferimenti
dottrinali univoci. Essendo la psicologia una scienza recente ha ancora
riferimenti teorici, metodologie e linguaggi spesso eterogenei e
contraddittori. Allo stesso modo le perizie psicologiche risultano
eterogenee per teorie di riferimento, per metodologia e per linguaggio.
Chiaramente questi fatti non contribuiscono a dare fiducia e
autorevolezza agli psicologi e alle loro perizie, in un ambiente che,
doverosamente, deve attenersi il più possibile al rigore,
all’obiettività e all’oggettività.
Il dibattito
interno alla psicologia sulla “scientificità” delle teorie e delle
metodologie è ormai lungo e lo si può far risalire alla seconda metà
dell’800. Non si tratta quindi di una questione nuova. Ciò nonostante
nel corso degli anni a fianco di alcune scuole teoriche strettamente
derivanti dalla psicologia sperimentale, che perseguivano il tentativo
di costruire una psicologia e una psicoterapia basate sul modello delle
scienze naturali e quindi sulla verificabilità e falsificabilità degli
assunti, ne sono sorte altre che si sono discostate notevolmente da tale
modello. Per una serie quasi infinita di ragioni le teorie appartenenti
al secondo gruppo hanno avuto in Europa e in Italia una diffusione e un
successo (anche popolare) nettamente maggiore delle prime, contribuendo
quindi da un lato a rendere apparentemente più comprensibile ed
affascinante la psicologia, ma dall’altro canto hanno contribuito a
minare la sua credibilità “scientifica”.
Siamo convinti che
lo psicologo per essere credibile in ambito peritale e giudiziario deve
utilizzare di più la psicologia che nasce e si sperimenta nei laboratori
rispetto a quella che nasce dai lettini degli psicoanalisti.
Riteniamo quindi
che se lo psicologo si attiene e segue le teorie e le metodologie che
derivano e si attengono al metodo sperimentale classico, possa
realizzare delle perizie psicologiche che possiedono una scientificità e
oggettività almeno pari a quelle mediche.
Strumenti e
metodi diagnostici in uso
Generalmente per
l’effettuazione della diagnosi psicologica vengono utilizzati in modo
integrato il colloquio clinico, l’osservazione e i test. Ogni psicologo
varia, a secondo dell’orientamento teorico e della preparazione, le
tecniche del colloquio, le modalità e l’oggetto dell’osservazione, e
infine varia la quantità e il tipo di test utilizzati. Chiaramente
questa prassi se da un lato contribuisce ad aumentare la creatività e ad
esaltare le capacità personali, dall’altro determina risultati
diagnostici molto variabili.
Il colloquio clinico è ritenuto
unanimemente uno strumento insostituibile e per molti versi paragonabile
all’esame obiettivo in medicina. Il colloquio dovrebbe fornire
informazioni rispetto ai processi cognitivi, affettivi, percettivi,
relazionali e comportamentali del soggetto. Utilizzando il colloquio uno
psicologo esperto, con molta probabilità può trarre delle conclusioni,
che seppure non pienamente supportate da quello che definiamo metodo
scientifico, sono realistiche e oggettive. Ci rendiamo però
perfettamente conto che se tale metodo e tale fiducia sono pienamente
legittimi e accettati nella pratica clinica, non lo sono altrettanto
nell’ambito peritale e giudiziario.
L’attività di
osservazione serve in primo luogo a rilevare le discordanze e le
concordanze tra il linguaggio verbale e il linguaggio non verbale,
fornendo così una integrazione ai dati raccolti nel colloquio clinico.
In alcuni casi viene effettuata una vera e propria osservazione del
comportamento e delle modalità relazionali del soggetto nel suo ambiente
naturale.
I test, nelle
intenzioni degli psicologi, dovrebbero servire a oggettivare ed
evidenziare aspetti o processi che il soggetto cerca di celare, o di cui
non è consapevole, o ancora, dovrebbero servire a suffragare quanto
emerso dal colloquio clinico.
In ambito peritale
i test più utilizzati sono quelli proiettivi (come il Rorschach, il TAT,
il CAT, il Blacky picture, il Wartegg, il Patte-noire, il disegno
libero, il test dell’albero), di intelligenza (WAIS, WISC-R e Matrici
Progressive), e di personalità (MMPI, MMPI 2, MMPI-A, PF 16, CBA2).
Benché i test
proiettivi siano quelli di gran lunga più utilizzati, sono anche quelli
la cui interpretazione è soggetta a una grande variabilità, a seconda
del “metodo” utilizzato e dello psicologo che somministra, sigla e
interpreta i risultati. Oltre a ciò occorre sottolineare che numerose
ricerche hanno dimostrato la capacità dei soggetti di falsificare i
risultati anche senza una conoscenza diretta e precisa del test
proiettivo. Già nel 1950 Carp e Shavzin (3) dimostrarono come alcuni
soggetti sottoposti al test di Rorschach (che rappresenta il capostipite
e il più utilizzato e studiato dei test proiettivi), riuscivano a dare
una “buona” o una “cattiva” impressione, e in genere di dare
volontariamente risposte diverse da quelle che venivano immediatamente
in mente; nel 1988 Meisner, utilizzando lo stesso test, dimostrò che
soggetti a cui era stato chiesto di simulare la depressione, riuscivano
perfettamente a raggiungere lo scopo, venendo diagnosticati come
depressi. È stato ampiamente dimostrato dagli psicometristi che,
contrariamente a quello che comunemente si crede, le risposte ai test
proiettivi sono falsificabili quanto o più di quelle dei questionari
(4)(5)(6)(7)(3). A differenza dei questionari, che prevedono sempre
delle scale che misurano la sincerità delle risposte, i test proiettivi
e lo psicologo che li somministra, non possiedono nessuna garanzia
contro le falsificazioni. La correzione e l’identificazione delle
distorsioni nelle risposte è molto ardua in quanto è estremamente
difficile predire in che modo risponderà un soggetto che vuole apparire
“migliore” o “peggiore”, “sano” o “malato” (3).
Proposta
metodologica
Ricollegandoci a
quanto precedentemente affermato sull’utilizzo di teorie e metodologie
psicologiche che derivano e si attengono al metodo sperimentale
classico, nella realizzazione delle perizie psicologiche per la
valutazione del danno psichico, riteniamo importante soffermarci sul
vantaggio derivante dall’utilizzo di strumenti che forniscono una
valutazione oggettiva dello stato psicofisico del soggetto.
L’utilizzo di
strumenti che forniscono misurazioni di indici fisiologici correlati
allo stato psicologico del soggetto, a livello sperimentale, risale agli
inizi del novecento e nel corso degli anni ha avuto un grande sviluppo e
una notevole diffusione soprattutto negli Stati Uniti. L’utilizzo di
tali strumenti, soprattutto da parte degli psicologi di scuola
Cognitivo-comportamentale, in Italia ha avuto la massima diffusione
negli anni ‘70-’80 per poi vedere un ridimensionamento del loro utilizzo
sia per l’effettuazione della diagnosi, sia come strumenti terapeutici (Biofeedback
Training).
Al momento attuale
sono numerosissimi gli studi e le applicazioni sull’utilizzo a fini
diagnostici e terapeutici dei correlati fisiologici dello stato
psicologico. Negli Stati Uniti sono numerose anche le applicazioni in
ambito giudiziario (8)(9)(10).
La teoria
Cognitiva-Comportamentale (caratterizzata dalla rigida osservanza del
metodo sperimentale), postula l’esistenza di tre sistemi che insieme
determinano le risposte emozionali, le capacità adattive e il
comportamento del soggetto. Tali sistemi sono: il Cognitivo-verbale,
il Comportamentale-motorio e lo Psicofisiologico,
(11)(12)(13) (14).
Il sistema cognitivo-verbale comprende i
processi ideativi, mnemonici, le idee, i pensieri, le credenze, il
linguaggio e gli aspetti paralinguistici. Il sistema
comportamentale-motorio compende tutti gli aspetti del comportamento
manifesto con particolare attenzione alle risposte motorie di
allontanamento o di evitamento e i comportamenti meta-verbali. Il
sistema psicofisiologico comprende e considera tutti gli aspetti di
natura fisiologica che sono correlati allo stato emotivo e affettivo del
soggetto.
La valutazione
psicologica (“Assessment” nel linguaggio della psicologia
Cognitivo-Comportamentale) deve fornire una precisa valutazione dello
stato del soggetto, evidenziandone i disturbi psicologici, le ipotesi
relative ai meccanismi che li hanno prodotti e le strategie terapeutiche
da attuare. Per raggiungere tale obiettivo si indagano quindi tutti e
tre i sistemi attraverso le informazioni ricavate dalle dichiarazioni
del soggetto, l’osservazione degli indici motori e comportamentali, i
questionari e gli indici psicofisiologici misurati con appositi
strumenti, in condizioni ambientali e fisiologiche diverse.
Rimandiamo ad
altra sede la descrizione e la discussione dei metodi e delle tecniche
per l’effettuazione del colloquio clinico e dei questionari, mentre
occorre soffermarsi invece sulla valutazione degli indici
psicofisiologici e sul loro significato in ambito psicologico. Al tempo
stesso vogliamo sottolineare che per ottenere una completa e corretta
diagnosi psicologica le rilevazioni psicofisiologiche non sono
sufficienti, ma devono essere integrate dal colloquio clinico e dalla
somministrazione di questionari di personalità.
Il profilo
psicofisiologico del soggetto si ottiene misurando alcuni indici
fisiologici (in genere la tensione muscolare, l’attività elettrodermica,
la frequenza cardiaca e la temperatura cutanea) seguendo uno schema che
prevede diverse fasi. Sinteticamente le fasi possono essere così
riassunte:
a)
Fase di
adattamento: nella quale il
soggetto dopo essersi disteso sul lettino viene collegato ai sensori e
si aspetta alcuni minuti senza effettuare alcuna rilevazione;
b)
Fase di
rilevazione delle misurazioni basali:
si invita il soggetto a rimanere
tranquillo per qualche minuto. Da questo momento si iniziano le
misurazioni;
c)
Fase di
rilevazione ad occhi chiusi:
si invita il
soggetto a chiudere gli occhi;
d)
Fase di
rilassamento: si invita il
soggetto a rilassarsi utilizzando eventualmente le tecniche o le
modalità che conosce;
e)
Fase di
stress oggettivo: si invita
il soggetto a fare dei calcoli matematici, e/o a leggere delle parole
scritte con colori diversi;
f)
Fase di
recupero:
si attende che i
parametri fisiologici ritornino ai valori basali;
g)
Fase di
stress soggettivo:
il soggetto viene
sottoposto a stimoli per lui ansiogeni o negativi;
h)
Fase di
recupero: si attende che i
parametri fisiologici ritornino ai valori basali.
Correlazione
indici fisiologici/disturbi psicologici
Come abbiamo già
detto gli indici fisiologici che più comunemente vengono considerati
nell’assessment dei disturbi psicologici sono la tensione muscolare, il
potenziale elettrodermico, la frequenza cardiaca e la temperatura
cutanea. È importante sottolineare che per una corretta valutazione
psicofisiologica occorre considerare più parametri contemporaneamente,
in quanto alcuni soggetti pur manifestando delle variazioni molto
marcate di alcuni indici, non subiscono variazioni rilevanti di altri
indici, anche in presenza di un forte malessere psicologico. Di tutti i
parametri fisiologici citati, quelli inerenti la tensione muscolare e
l’attività elettrodermica sono senza dubbio i più studiati e i più
utilizzati, oltre ad essere quelli con una più elevata correlazione
diretta e immediata con lo stato mentale.
Tensione
muscolare:
La tensione muscolare viene misurata con l’elettromiografo (EMG), il
quale rileva attraverso degli elettrodi cutanei la variazione del
potenziale elettrico muscolare. Il potenziale di eccitazione muscolare
dipende dal potenziale di eccitazione presente nell’area motoria
corticale, ed è collegato allo stato di tensione emotiva generale.
Generalmente per valutare la tensione emotiva si posizionano i sensori
sui muscoli frontali (15)(16)(17)(18)(19)(20).
Attività
elettrodermica:
Questo parametro può essere misurato attraverso la conduttanza cutanea (Galvanic
Skin Response) o attraverso il potenziale di eccitazione delle ghiandole
sudoripare (Skin Potential Response). L’attività elettrodermica e
strettamente correlata con i processi psicologici dell’attenzione e
delle emozioni. Viene quindi utilizzato per valutare lo stato di
attivazione cognitiva ed emotiva del soggetto. Mentre il GSR è in grado
di segnalare genericamente la presenza di una emozione, l’SPR è in grado
di distinguere le emozioni positive da quelle negative. Le variazioni
rispetto all’attività di base sono correlate all’eccitazione della
ghiandola da parte delle terminazioni del nervo simpatico, in
concomitanza con le variazioni dello stato di allerta della formazione
reticolare ascendente (20)(21)(22)(23).
Frequenza
cardiaca:
La frequenza cardiaca viene abitualmente rilevata con un pletismografo
che si pone sul lobo dell’orecchio. Questo dato rappresenta un indice
dello stato di ansia o di rilassamento. Nel caso in cui la presentazione
di determinati stimoli causa una variazione della frequenza cardiaca si
ha una indicazione della effettiva capacità di detti stimoli di
elicitare uno stato di ansia nel soggetto (15)(16)(17)(18)(19) (20).
Temperatura
cutanea:
La rilevazione della temperatura cutanea avviene posizionando un
termistore sulla mano. Questo parametro permette di valutare il tipo di
attivazione neurovegetativa del soggetto. L’attivazione del sistema
simpatico determina vasocostrizione e quindi diminuzione della
temperatura corporea soprattutto negli arti, al contrario l'attivazione
del sistema parasimpatico determina un aumento della temperatura
(15)(16)(17)(18)(19)(20).
Possiamo
affermare, supportati da una serie innumerevole di studi, che esistono
profili psicofisiologici e reazioni caratteristici per ognuno dei più
comuni disturbi psicologici. Tali profili e tali reazioni sono
facilmente individuabili dall’esperto durante l’effettuazione delle
misurazioni, e soprattutto sono estremamente difficili o impossibili da
simulare, in quanto i parametri considerati non dipendono dal controllo
cosciente del soggetto.
Seguendo questi
presupposti se, ad esempio, dopo aver somministrato ad un soggetto che
dichiara di essere fobico un appropriato stimolo specifico, non si
verifica l’innalzamento di nessuno dei parametri che indicano una
attivazione neurovegetativa, possiamo supporre con un elevato grado di
certezza che il soggetto riporta in modo amplificato i suoi vissuti
soggettivi. Oppure ancora, se si rilevano determinati valori nel profilo
psicofisiologico complessivo, e nessuna variazione in corrispondenza
della fase di stress soggettivo, siamo legittimati a ritenere di
trovarci di fronte ad un caso di simulazione.
L’analisi dei
livelli e delle fasi in cui avviene l’attivazione, la valutazione dei
parametri che subiscono un incremento o un decremento, l’analisi dei
tempi di recupero, il confronto tra i valori in stato di riposo e i
valori in stato di attivazione ecc. forniscono informazioni precise ed
oggettive che sono strettamente correlate con l’eventuale disturbo
psichico del soggetto.
Sommariamente
possiamo affermare che:
-
I soggetti
che lamentano disturbi da stress presentano un quadro caratterizzato da
uno stato di allerta continuo, un ipertono muscolare, tachicardia,
vasocostrizione e ipotermia periferica (24)(25);
-
I soggetti
ansiosi e/o fobici manifestano evidenti alterazioni del potenziale
elettrodermico e, in misura minore, miolettrico in presenza di ideazioni
o stimoli pertinenti (15)(16)(17)(18)(26)(27)(28)(29)(30);
-
I soggetti
depressi hanno una scarsa reattività elettrodermica e una elevata
attività miolettrica in presenza di ideazioni disforiche
(31)(32)(33)(34);
Conclusioni
Siamo fermamente
convinti che l’attività peritale per la diagnosi del danno psichico
possa trarre un grande beneficio dall’utilizzo degli strumenti e delle
tecniche descritte. L’introduzione di strumenti che forniscono dati
oggettivi, che non sono soggetti a falsificazioni, a differenti
interpretazioni o valutazioni in base all’indirizzo teorico seguito da
chi effettua la valutazione, senza ombra di dubbio può rappresentare una
innovazione estremamente utile per rendere più precise e attendibili le
diagnosi psicologiche.
Nonostante le numerosissime esperienze
straniere, temiamo che in Italia questa pratica possa incontrare delle
difficoltà, non tanto per la messa in discussione della sua
attendibilità e fondatezza scientifica, ma perché potrebbe essere
considerata, erroneamente, come eccessivamente riduttivistica e
semplificativa dei processi mentali. A nostro parere tali obiezioni
hanno un valido fondamento quando si considera l’utilizzo di questi
strumenti nella terapia psicologica, ma non hanno nessun fondamento in
campo diagnostico.
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Dr. Giuseppe
Armentaro Psicologo-Psicoterapeuta C.so Trapani, 74 - 10139 Torino -
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