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Dr. Giuseppe Armentaro
Psicologo -
Psicoterapeuta
Iscr. Ordine
Regione Piemonte n° 1580
CRITERI PER LA VALUTAZIONE DEL DANNO PSICHICO CONSEGUENTE A VIOLENZA
SESSUALE
Il seguente articolo si può trovare anche nel
testo:
Gulotta
G., Pezzati S. (a cura), “Sessualità diritto e processo”, Giuffrè,
Milano, 2002, 347-364.
Premessa
I mutamenti che sono stati introdotti nella società e nel diritto hanno
portato ad attribuire un nuovo peso e un nuovo ruolo al danno psichico
derivante da un evento traumatico.
La valutazione e il risarcimento del danno psichico conseguente a
violenza sessuale coinvolgono soggetti che svolgendo professioni diverse
utilizzano concetti, metodologie, e linguaggi non sempre uniformi. Per
evitare equivoci in un campo così delicato occorre per prima cosa
definire un vocabolario e dei concetti che abbiano lo stesso significato
per giudici, avvocati e periti. Tralasciamo la definizione psicologica
di violenza e di sessuale in quanto operando in ambito
giuridico il concetto di violenza sessuale è definito dalle norme
giuridiche. A questo proposito gli articoli del Codice Penale sono molto
chiari nello stabilire quali atti o comportamenti debbano essere
sanzionati.
Per quanto riguarda la definizione del concetto di danno psichico
dobbiamo constatare che a distanza di molti anni dalla sua introduzione,
non esiste ancora una definizione precisa, univoca e da tutti condivisa.
Nella accezione più comune il “Danno” rappresenta una lesione, una
disfunzione, una alterazione o una diminuzione più o meno grave ed
evidente di efficienza. Con “Psichico” si indica il complesso di
fenomeni e funzioni che consentono all’individuo di formarsi una
rappresentazione di sé e del mondo e di interagire con esso in modo
adattivo.
Il danno psichico potrebbe essere definito come una compromissione,
anche in assenza di lesioni o malattie organiche, obiettiva e durevole
dell'equilibrio psicologico, del comportamento e delle capacità di
adattamento alla realtà, che compromette quindi le capacità, le
potenzialità e più in generale la qualità di vita del soggetto.
Al danno psichico si possono quindi attribuire le seguenti
caratteristiche:
a.
non indica una menomazione organica e/o neurologica evidenziabile
tramite esami di laboratorio.
b.
Riguarda il funzionamento della psiche e le alterazioni di determinati
processi mentali rispetto ad una condizione precedente.
c.
Spesso non esiste proporzionalità tra l’evento lesivo e i postumi; la
reattività individuale può dare esiti completamente differenti.
1. Conseguenze della violenza sessuale
Le conseguenze possono essere distinte in conseguenze a breve termine
(o fase acuta), della durata di due o tre settimane, e
conseguenze a lungo termine (o fase cronica), nella quale
le vittime riorganizzano il proprio stile di vita e in molti casi anche
i rapporti interpersonali.
Le conseguenze a breve termine possono essere ulteriormente suddivise in
tre fasi. La prima fase è caratterizzata da intense reazioni di shock,
paura, ansia, umiliazione e tristezza; nella seconda fase prevale il
ritiro in se stessi, l’introversione, l’autocolpevolizzazione e l’autobiasimo;
nella terza fase si ha generalmente una reazione depressiva, pensieri
ricorrenti sull’evento, irritabilità e rabbia auto ed eterodiretta (Te
Paske, 1987).
Le conseguenze a lungo termine della violenza sessuale sono sicuramente
molto più varie sia per tipologia, sia per gravità, sia per la
persistenza nel tempo. Dall’indagine con focus sui reati sessuali che l’Istat
ha condotto nel 1998 su un campione di 20.064 donne di età compresa tra
i 14 e i 59 anni (Sabbadini, 1998), risulta che il 69,4% di quelle che
hanno subìto violenza sessuale nel corso della vita “non ha superato
l’episodio”. La percentuale sale al 72,4% se vengono considerate
solo le donne che hanno subito la violenza negli ultimi tre anni.
Purtroppo non possiamo ricondurre l’affermazione “non ha superato
l’episodio” a precise categorie nosografiche, rimane però valida la
quantificazione della diffusione, del vissuto soggettivo inerente la
traumaticità del fatto, e della convinzione che la loro esistenza sia
stata in qualche modo segnata negativamente da quello specifico evento.
La ricerca dell’Istat conferma sostanzialmente i dati forniti da Russel
(1986), secondo il quale i soggetti che riportano gravi conseguenze
psicologiche in seguito alla violenza sessuale sarebbero l’80% nel caso
che la violenza sia attuata dal padre, il 60% nel caso di violenza
subita da parte del fratello e del 40% se l’autore è un parente di altro
tipo.
La letteratura riporta come conseguenze a lungo termine della violenza
sessuale una grande varietà sia di comportamenti e sintomi, che per le
loro caratteristiche o per la loro gravità non possono essere ricondotti
a dei veri e propri disturbi psicologici, sia dei veri e propri
disturbi. Numerose sono anche le variabili che possono intervenire nel
determinare il tipo e la gravità delle conseguenze. Tra queste un ruolo
importante hanno la durata dell’abuso, la sua gravità, la relazione tra
vittima e abusatore, l’uso della violenza, l’età della vittima e dell’abusatore
(Petruccelli, Scardaccione, 1998). In base a queste variabili la
possibilità di sviluppare un grave disturbo psicologico sarebbe molto
elevate nel caso in cui la violenza fosse attuata a danno di un bambino
o di una bambina, per un lungo periodo di tempo, da un parente
“stretto”, molto più grande di età, che utilizza la forza e
l’intimidazione per avere rapporti sessuali che prevedono un qualche
tipo di penetrazione.
Esistono altre due variabili
che intervengono nel determinare l’insorgenza e la gravità di disturbi
psicologici in seguito alla violenza sessuale: la personalità del
soggetto e il sostegno dei familiari. La capacità di elaborare le
esperienze e gli eventuali traumi è chiaramente correlata al tipo di
struttura di personalità che il soggetto possiede e all’eventuale
sostegno che riceve dall’esterno. L’azione di queste due variabili può
quindi ridurre o amplificare l’effetto delle variabili prima elencate
determinando in ultima analisi una ulteriore riduzione o amplificazione
delle conseguenze della violenza.
Tra le conseguenze della violenza sessuale, che non possono essere
considerati dei veri e propri disturbi psicologici, troviamo la
riduzione della capacità di concentrazione, la tendenza all’isolamento
sociale, promiscuità sessuale, gravidanze e matrimoni precoci.
Tra i disturbi psicologici che si ritrovano con maggiore frequenza il
Disturbo Post Traumatico da Stress, con la sua sintomatologia variegata
e sfaccettata, è senza dubbio quello maggiormente presente. Oltre a
questo, si possono avere come conseguenza della violenza sessuale:
Ø
Disturbo
Acuto da Stress;
Ø
Disturbo
dell’Adattamento;
Ø
Disturbo
Psicotico Breve o Psicosi;
Ø
Disturbo
d’Ansia Generalizzato;
Ø
Disturbi
o Disfunzioni Sessuali;
Ø
Disturbi
Depressivi;
Ø
Fobie;
Ø
Disturbi
Alimentari Psicogeni.
2. Valutazione del danno psichico
Per cercare di determinare i
criteri da seguire nella valutazione del danno psichico conseguente a
violenza sessuale dobbiamo necessariamente rispondere a tre domande:
1.
Quando deve essere effettuata la valutazione;
2.
Chi deve effettuare la valutazione;
3.
Come deve essere effettuata la valutazione.
Quando deve essere effettuata la valutazione
Trovandoci in presenza di un fenomeno estremamente variabile occorre
adottare una metodologia che permetta di evidenziare e valutare la
presenza dei disturbi, la loro gravità, la loro persistenza e le loro
modificazioni.
Partendo dal presupposto della estrema variabilità dei disturbi e della
loro durata, non appare molto corretta l’indicazione di alcuni autori
che suggeriscono di effettuare la valutazione a distanza di non meno di
uno o due anni dall’evento traumatico. Effettuando la valutazione a tale
distanza di tempo non si ha la possibilità di rilevare dei disturbi, che
seppure hanno una durata limitata nel tempo, sono a tutti gli effetti
dei disturbi psichici direttamente causati da un evento traumatico ben
preciso e come tali dovrebbero o potrebbero essere risarciti.
Una corretta valutazione del danno psichico conseguente alla violenza
sessuale dovrebbe essere effettuata in almeno tre fasi:
a.
Valutazione iniziale, possibilmente entro un mese dall’evento;
b.
Follow-up entro un anno dall’evento;
c.
Follow-up entro due anni dall’evento.
La prima valutazione dovrebbe essere effettuata entro un mese
dall’evento per poter rilevare la presenza di eventuali disturbi come il
disturbo acuto da stress o il disturbo psicotico breve, che per le loro
caratteristiche possono durare alcune settimane e poi scomparire, oppure
possono sfociare in altri disturbi di durata molto più lunga. Un secondo
motivo della valutazione iniziale, anche in assenza di evidenti disturbi
o sintomi psicologici, è legato alla necessità di rilevare quella che
possiamo definire la “situazione di partenza” del soggetto. In questo
modo è possibile effettuare una più accurata verifica e analisi dei
legami che intercorrono tra il fatto traumatico e i disturbi psichici,
rilevati successivamente. Se il soggetto è valutato solo a distanza di
uno o due anni dal fatto, la data di comparsa del disturbo e il legame
di causalità si deve basare quasi esclusivamente su quanto il soggetto,
o le persone vicine al soggetto riportano. In tale situazione il perito
è chiaramente maggiormente esposto al pericolo che quanto gli viene
riferito possa essere viziato da parzialità o da un vero e proprio
tentativo di inganno.
La seconda valutazione dovrebbe essere effettuata entro un anno
dall’evento in modo tale da poter accertare la scomparsa o la
persistenza dei disturbi rilevati nella prima valutazione, oltre che per
rilevare la presenza di disturbi o sintomi nuovi ma che possono essere
considerati la conseguenza, la trasformazione o l’aggravamento di quanto
già evidenziato.
Nei casi più positivi, e in una parte dei casi in cui è stato attuato il
sostegno psicologico, non sono sorti nuovi disturbi e sono scomparsi i
disturbi che si erano rilevati nella prima valutazione, rendendo così
plausibile la diagnosi di “guarigione”. Tuttavia ciò non contraddice il
fatto che il soggetto abbia ugualmente subito un danno psichico che ha
dignità di risarcimento. Nei casi meno positivi, in cui sono comparsi
nuovi disturbi e/o persistono i disturbi rilevati nella prima
valutazione, si rende necessaria una ulteriore valutazione, a distanza
di un anno, per meglio valutare la natura e la gravità del danno
psichico.
La terza valutazione, effettuata a distanza di due anni dall’evento, è
indispensabile per accertare la persistenza e/o l’evoluzione dei
disturbi rilevati nella precedente valutazione. Tale valutazione si deve
considerare quindi definitiva e i disturbi psichici eventualmente
presenti si devono ormai considerare cronici e molto difficilmente
reversibili. In questi casi, sicuramente, si dovrà considerare il danno
psichico come danno permanente e invalidante per la vita del soggetto.
Chi deve effettuare la valutazione
Porsi la domanda su chi deve effettuare la diagnosi psicologica e la
conseguente valutazione del danno psichico, sembrerebbe banale in quanto
la risposta si potrebbe già avere nella domanda stessa. Benché in Italia
esistano delle leggi molto chiare al riguardo, spesso queste sono
disattese e la diagnosi psicologica viene effettuata da professionisti
che non hanno titolo per effettuarla.
È utile ricordare che l’art. 1 della legge 18 febbraio 1989, n. 56,
sull’ordinamento della professione di psicologo, stabilisce che “la
professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e
di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di
abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte
alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità …”.
Questa norma prevede quindi che l’uso degli strumenti conoscitivi e la
diagnosi psicologica sono di competenza dello psicologo. Non esistendo
leggi che attribuiscono espressamente ad altri soggetti competenze di
tipo psicologico, la possibilità di attuare la diagnosi psicologica,
parrebbe quindi essere attuabile, legittimamente, solo da uno psicologo
regolarmente iscritto all’Albo Professionale.
Al di là dell’applicazione e della interpretazione delle norme
giuridiche, in particolare sull’utilizzo degli strumenti psicologici
(ovvero dei test), gli psicologi e gli psichiatri sono gli unici
specialisti, che per la loro formazione, sicuramente possiedono le
competenze per formulare la diagnosi e per effettuare la terapia dei
disturbi psichici.
Da quanto esposto consegue che i soggetti legittimati, ed in grado di
effettuare una corretta diagnosi dei disturbi psichici sono solo gli
psicologi e gli psichiatri.
Come deve essere effettuata la valutazione
Lo scopo della valutazione del danno psichico è, in primo luogo, quello
di accertare la presenza di funzioni psichiche disturbate e/o di vere e
proprie psicopatologie e, in secondo luogo, di individuare il rapporto
tra l’evento traumatico e i disturbi osservati.
Per effettuare una corretta valutazione del danno psichico occorre
seguire le seguenti fasi (Brondolo e Marigliano, 1996):
a)
Raccolta delle informazioni sulla vita, le attività lavorative e
relazionali passate e presenti;
b)
Accertamento di eventuali psicopatologie preesistenti;
c)
Valutazione delle singole funzioni psichiche (coscienza, attenzione,
memoria, intelligenza, percezione, pensiero, affettività, istintualità e
volontà);
d)
Valutazione dei disturbi presenti, (sono oggetto della valutazione sia i
“Tratti” sia le loro modificazioni derivanti dal fatto traumatico e
dalle interazioni con l’ambiente);
e)
Valutazione delle influenze negative sullo stile di vita e sul modo di
essere del soggetto;
f)
Prognosi a breve e medio termine.
Per effettuare la valutazione complessiva vengono utilizzati in maniera
integrata il colloquio clinico, l’osservazione e i test
psicologici. Ogni psicologo varia, in base all’orientamento teorico,
le tecniche del colloquio, le modalità e l’oggetto dell’osservazione, e
infine variano il tipo e la quantità di test utilizzati.
Il colloquio clinico è ritenuto dagli psicologi uno strumento
insostituibile e per molti versi paragonabile all’esame obiettivo in
medicina. Il colloquio dovrebbe fornire informazioni rispetto ai
processi cognitivi, affettivi, percettivi, relazionali e comportamentali
del soggetto.
L’attività di osservazione serve in primo luogo a rilevare le
discordanze e le concordanze tra il linguaggio verbale e il linguaggio
non verbale, fornendo così una integrazione ai dati raccolti nel
colloquio clinico. In alcuni casi viene effettuata una vera e propria
osservazione del comportamento e delle modalità relazionali del soggetto
nel suo ambiente naturale.
I test psicologici dovrebbero servire a oggettivare ed evidenziare
aspetti o processi che il soggetto cerca di celare, o di cui non è
consapevole, o ancora, dovrebbero servire a suffragare quanto emerso dal
colloquio clinico.
In ambito peritale i test più utilizzati sono quelli proiettivi (come il
Rorschach, il TAT, il CAT, il Blacky picture, il Wartegg, il Patte-noire,
il disegno libero, il test dell’albero), di intelligenza (WAIS, WISC-R e
Matrici Progressive), e di personalità (MMPI, MMPI 2, MMPI-A, PF 16,
CBA2).
Benché i test proiettivi siano quelli più utilizzati, sono anche quelli
che forniscono i risultati più variabili in base al somministratore e al
metodo di interpretazione utilizzato. Oltre a ciò occorre sottolineare
che numerose ricerche hanno dimostrato la capacità dei soggetti di
falsificare i risultati anche senza una conoscenza diretta e precisa del
test proiettivo. Già nel 1950 Carp e Shavzin (Bonocori, 1993)
dimostrarono come alcuni soggetti sottoposti al test di Rorschach
riuscivano a dare una “buona” o una “cattiva” impressione, e in genere
di dare volontariamente risposte diverse da quelle che venivano
immediatamente in mente; nel 1988 Meisner, utilizzando lo stesso test,
dimostrò che soggetti a cui era stato chiesto di simulare la
depressione, riuscivano perfettamente a raggiungere lo scopo, venendo
diagnosticati come depressi. Sembra ormai ampiamente dimostrato che,
contrariamente a quello che comunemente si crede, le risposte ai test
proiettivi sono falsificabili quanto o più di quelle dei questionari (Gallucci,
1984; Bonocori, 1993). A differenza dei questionari, che prevedono
sempre delle scale che misurano la sincerità delle risposte, i test
proiettivi e lo psicologo che li somministra, non possiedono nessuna
garanzia contro le falsificazioni. La correzione e l’identificazione
delle distorsioni nelle risposte è ardua in quanto è molto difficile
predire in che modo risponderà un soggetto che vuole apparire “migliore”
o “peggiore”, “sano” o “malato” (Bonocori, 1993).
Per cercare di limitare al minimo le possibilità di errore, le critiche
di non oggettività della valutazione e la possibilità di simulazione,
sarebbe utile effettuare anche la valutazione del profilo
psicofisiologico. Benché al momento attuale siano numerosissimi gli
studi e le esperienze sull’utilizzo ai fini diagnostici e terapeutici
dei correlati fisiologici dello stato psicologico, in Italia
questo filone attualmente è poco seguito. A differenza di quanto avviene
in Italia, negli Stati uniti sono numerose anche le applicazioni in
ambito giudiziario (Lang, 1978; Tomaken, 1995). Il ricorso a strumenti
in grado di fornire indicazioni oggettive dei correlati fisiologici
risale agli inizi del ‘900 e nel corso degli anni ha avuto una grande
diffusione soprattutto tra gli psicologi di scuola
cognitivo-comportamentale.
Il profilo psicofisiologico del soggetto si ottiene misurando
alcuni indici fisiologici (in genere la tensione muscolare, l’attività
elettrodermica, la frequenza cardiaca e la temperatura cutanea) seguendo
uno schema che prevede diverse fasi. Sinteticamente le fasi possono
essere così riassunte:
a)
Fase di adattamento (nella quale il soggetto dopo essersi disteso sul
lettino viene collegato ai sensori e si aspetta alcuni minuti senza
effettuare alcuna rilevazione);
b)
Fase di rilevazione dei valori basali;
c)
Fase di rilevazione ad occhi chiusi;
d)
Fase di rilassamento;
e)
Fase di stress oggettivo (si invita il soggetto a fare dei calcoli
matematici, e/o a leggere delle parole scritte con colori diversi);
f)
Fase di recupero (si attende che i parametri fisiologici ritornino ai
valori basali); g) fase di stress soggettivo (il soggetto viene
sottoposto a stimoli per lui ansiogeni o negativi); h) fase di recupero
(si attende che i parametri fisiologici ritornino ai valori basali).
È importante sottolineare che per una corretta valutazione
psicofisiologica occorre considerare più parametri contemporaneamente,
in quanto alcuni soggetti pur manifestando delle variazioni molto
marcate di alcuni indici, non subiscono variazioni rilevanti degli
altri, anche in presenza di un forte malessere psicologico. Di tutti i
parametri fisiologici, quelli inerenti la tensione muscolare e
l’attività elettrodermica sono senza dubbio i più studiati e i più
utilizzati, oltre ad essere quelli con una più elevata correlazione
diretta e immediata con lo stato mentale.
Come si è già detto, gli indici fisiologici che più comunemente vengono
considerati nella valutazione dei disturbi psicologici sono la tensione
muscolare, il potenziale elettrodermico, la frequenza cardiaca e la
temperatura cutanea.
Tensione
muscolare: La tensione muscolare viene misurata con l’elettromiografo
(EMG), il quale rileva attraverso degli elettrodi cutanei la variazione
del potenziale elettrico muscolare. Il potenziale di eccitazione
muscolare dipende dal potenziale di eccitazione presente nell’area
motoria corticale, ed è collegato allo stato di tensione emotiva
generale. Generalmente per valutare la tensione emotiva si posizionano i
sensori sui muscoli frontali (Pancheri, 1979; Basmajian, 1985).
Attività
elettrodermica:
Questo parametro può essere misurato attraverso la conduttanza cutanea (Galvanic
Skin Response) o attraverso il potenziale di eccitazione delle ghiandole
sudoripare (Skin Potential Response). L’attività elettrodermica e
strettamente correlata con i processi psicologici dell’attenzione e
delle emozioni. Viene quindi utilizzato per valutare lo stato di
attivazione cognitiva ed emotiva del soggetto. Mentre il GSR è in grado
di segnalare genericamente la presenza di una emozione, l’SPR è in grado
di distinguere le emozioni positive da quelle negative. Le variazioni
rispetto all’attività di base sono correlate all’eccitazione della
ghiandola da parte delle terminazioni del nervo simpatico, in
concomitanza con le variazioni dello stato di allerta della formazione
reticolare ascendente (Anchisi, Gambotto Dessy, 1996).
Frequenza cardiaca: La frequenza cardiaca viene abitualmente
rilevata con un pletismografo che si pone sul lobo dell’orecchio o sul
polso. Questo dato rappresenta un indice dello stato di ansia o di
rilassamento. Nel caso in cui la presentazione di determinati stimoli
causa una variazione della frequenza cardiaca si ha una indicazione
della effettiva capacità di detti stimoli di elicitare uno stato di
ansia nel soggetto (Pancheri, 1979; Basmajian, 1985; Anchisi, Gambotto
Dessy, 1996).
Temperatura cutanea: La rilevazione della temperatura cutanea
avviene posizionando un termistore sulla mano. Questo parametro permette
di valutare il tipo di attivazione neurovegetativa del soggetto.
L’attivazione del sistema simpatico determina vasocostrizione e quindi
diminuzione della temperatura corporea soprattutto negli arti, al
contrario l'attivazione del sistema parasimpatico determina un aumento
della temperatura corporea (Pancheri, 1979; Basmajian, 1985; Anchisi,
Gambotto Dessy, 1996).
Possiamo affermare, supportati
da una serie innumerevole di studi, che esistono profili
psicofisiologici e reazioni caratteristici per ognuno dei più comuni
disturbi psicologici. Tali profili e tali reazioni sono facilmente
individuabili dall’esperto durante l’effettuazione delle misurazioni, e
soprattutto sono estremamente difficili o impossibili da simulare, in
quanto i parametri considerati non dipendono dal controllo cosciente del
soggetto.
L’analisi dei livelli e delle fasi in cui avviene l’attivazione, la
valutazione dei parametri che subiscono un incremento o un decremento,
l’analisi dei tempi di recupero, il confronto tra i valori in stato di
riposo e i valori in stato di attivazione ecc. forniscono informazioni
precise ed oggettive che sono strettamente correlate con l’eventuale
disturbo psichico del soggetto.
Sommariamente possiamo affermare che:
Ø
I soggetti che lamentano disturbi da stress presentano un quadro
caratterizzato da uno stato di allerta continuo, un ipertono muscolare,
tachicardia, vasocostrizione e ipotermia periferica (Blanchard, Epstein,
1983; Pitman, Orr, 1993);
Ø
I soggetti ansiosi e/o fobici manifestano evidenti alterazioni del
potenziale elettrodermico e, in misura minore, miolettrico in presenza
di ideazioni o stimoli pertinenti (Raskin, 1975; Cancheri, 1979;
Chattopadhyay, Biswas, 1983; Boucsein, 1992);
Ø
I soggetti depressi hanno una scarsa reattività elettrodermica e una
elevata attività miolettrica in presenza di ideazioni disforiche (Teasdale,
Bancroft, 1977);
3. Difficoltà di valutazione e quantificazione del danno psichico
La valutazione del danno psichico risulta molto difficile da effettuare
a causa di almeno quattro fattori che possiamo così brevemente
riassumere:
1.
Il danno psichico è determinato da vissuti, da elaborazioni e da aspetti
strettamente soggettivi ai quali non si possono applicare in modo
pedissequo i principi della causalità e della consequenzialità propri
della medicina legale.
2.
I riferimenti teorici e le metodologie utilizzate spesso sono eterogenei
e contraddittori.
3.
Vengono utilizzati mezzi e strumenti che non sempre forniscono risultati
perfettamente riproducibili secondo il classico metodo sperimentale.
4.
Esiste la concreta possibilità di casi di simulazioni allo scopo di
ottenere un risarcimento.
La quantificazione del danno
psichico risulta essere altrettanto difficile da effettuare a causa di
fattori che possiamo definire sia di carattere tecnico sia di carattere
culturale e socioeconomico. Sebbene i tentativi di quantificazione dei
possibili danni psichici sono ormai numerosi (Brontolo, Marigliano,
1996; Pastena et altri, 1999), obiettivamente è molto difficile
stabilire quanto il danno subito incida sulle capacità di funzionamento
psicologico, sociale e occupazionale. Alla difficoltà di quantificare il
danno si aggiunge la difficoltà di trasformarlo in quantificazione
economica a causa degli influssi sociali, culturali ed economici che il
danno stesso ha.
Tra le varie tabellazioni
proposte per il danno psichico, quella contenuta nella legge 104/92 per
la valutazione del grado di handicap, quella elaborata da Brondolo e
Marigliano e quella contenuta nella “guida alla valutazione del danno
permanente” dell’American Medical Association (AMA), del 1993, sembrano
quelle maggiormente interessanti, la prima per la sua “ufficialità, e le
altre due per la semplicità e la facilità di applicazione.
La tabella proposta da
Brondolo e Marigliano è composta da otto classi che prevedono un grado
di menomazione crescente da 0 a 75-90%. La scala fa riferimento alla
sintomatologia e non alle categorie nosografiche. I sintomi contenuti
nella prima classe non sono ritenuti degni di risarcimento in quanto
rientrerebbero nella normale variabilità soggettiva e nelle naturali
reazioni agli eventi della vita.
La tabella AMA prevede una
scala di valutazione suddivisa in cinque classi con grado di
compromissione crescente dell’intelligenza, dell’ideazione, della
percezione, del giudizio, dell’affettività, del comportamento,
dell’autosufficienza, e della risposta alla riabilitazione. Uno dei
vantaggi, offerti da questa tabellazione, è rappresentato dal fatto che
non si fa riferimento a categorie nosografiche ma a funzioni psichiche e
comportamentali alcune delle quali sono relativamente facili da
osservare e valutare.
Tabella 1. Scala di valutazione dell’alterazione anatomo-funzionale
proposta dall’AMA.
|
Classe |
1 = 0-5% |
2 = 10-20% |
3 = 25-50% |
4 = 55-75% |
5 = > 75% |
|
|
normale |
lievemente ritardata |
moderatamente ritardata |
marcatamente ritardata |
severamente ritardata |
|
Ideazione, percezione, giudizio |
senza deficit |
lieve
deficit |
moderato
deficit |
marcato
deficit |
severo
deficit |
|
Affettività |
normale |
live problema |
moderato problema |
marcato problema |
severo problema |
|
Comportamento |
normale |
lieve problema |
moderato problema |
marcato problema |
severo problema |
|
Autosufficienza |
normale |
bisogno di poco aiuto |
bisogno di regolare aiuto |
bisogno di molto aiuto |
perduta |
|
Risposta alla riabilitazione |
eccellente |
buona |
buona |
condizioni statiche |
condizioni peggiori |
Al di là dei possibili inquadramenti diagnostici e delle possibili
quantificazioni non si dovrebbe trascurare il fatto che la violenza
sessuale, così come molti altri tipi di traumi, può lasciare un segno
che determina in modo negativo il resto dell’esistenza. Spesso ciò si
traduce nell’impossibilità di avere o di realizzare dei “sogni” che
invece si sarebbero potuti avere e forse si sarebbero potuti realizzare
se l’esistenza di quella persona non fosse stata “segnata”. In altri
termini si dovrebbe risarcire anche quello che il soggetto avrebbe
potuto essere e invece non è a causa del danno subito.
Nella valutazione del danno psichico, oltre alla “menomazione” subita
occorrerebbe valutare e considerare anche quello che possiamo definire
la lesione del diritto alla felicità che il soggetto subisce. Nel
1985 per la prima volta in un tribunale statunitense venne riconosciuto
il diritto al risarcimento economico per la perdita del piacere della
vita, conseguente ad un fatto traumatico (Celli, Mascaro, 1999).
“Perdita della capacità di godere della vita” venne definita la
perdita che deriva da lesioni psichiche o fisiche in grado di menomare
le capacità del soggetto nell’ambito della vita stessa. Rappresenta la
riduzione parziale o totale della capacità di svolgere delle attività o
funzioni che erano o avrebbero potuto essere importanti per lo stile di
vita del soggetto. Per valutare la perdita del piacere della vita,
Terman (1993) ha elaborato una scala di valutazione (Loss of Enjoyment
of Life Severità Scale LEL-SS) che prende in considerazione quattro
aree:
1.
L’area di funzionamento fisica/pratica
che si riferisce alle attività quotidiane che hanno subito una
alterazione nel funzionamento o nel grado di soddisfazione.
2.
L’area di funzionamento emozionale/psicologica
che si riferisce alla possibilità del soggetto di vivere libero da
ansia, depressione, sentimenti ostili e perdita del senso di realtà.
Inoltre fa riferimento alla lucidità di pensiero, alla memoria, alla
concentrazione e alla formulazione di giudizi e decisioni favorevoli
all’interessato.
3.
L’area del funzionamento sociale/ricreativa
che fa riferimento alla capacità, alla frequenza e alla soddisfazione di
interagire con i familiari, con gli amici, di vivere piacevolmente
eventi sociali e hobby.
4.
L’area del funzionamento occupazionale/scolastico
che si riferisce alla capacità di intraprendere una carriera o una
vocazione, liberamente scelta e di ricavare piacere dalla scelta
effettuata.
Per calcolare la dimensione complessiva del danno si calcola la media
delle quattro aree, ponderando ogni valore in base allo stile di vita
del soggetto, a come avrebbe dovuto essere e a come non potrà più essere
a causa del danno. La quantificazione del danno che si ottiene è così
schematizzata: 0% = nessuno; 1-10% = minimo; 11-30% = lieve; 31-50% =
moderato; 51-70% = severo; 71-90% = estrema gravità; 91-99% =
catastrofico; 100% = totale (Terman, 1993).
4. Bibliografia
ALLEN, S.N. (1994), Psychological assessment of post-traumatic stress
disorder: Psychometrics, current trends, and future directions,
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Dr. Giuseppe
Armentaro Psicologo-Psicoterapeuta C.so Trapani, 74 - 10139 Torino -
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