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Dr. Giuseppe Armentaro

Psicologo - Psicoterapeuta

Iscr. Ordine Regione Piemonte n° 1580

 

CRITERI PER LA VALUTAZIONE DEL DANNO PSICHICO CONSEGUENTE A VIOLENZA SESSUALE

 

Il seguente articolo si può trovare anche nel testo:  

Gulotta G., Pezzati S. (a cura), “Sessualità diritto e processo”, Giuffrè, Milano, 2002, 347-364.

 

Premessa

I mutamenti che sono stati introdotti nella società e nel diritto hanno portato ad attribuire un nuovo peso e un nuovo ruolo al danno psichico derivante da un evento traumatico.

La valutazione e il risarcimento del danno psichico conseguente a violenza sessuale coinvolgono soggetti che svolgendo professioni diverse utilizzano concetti, metodologie, e linguaggi non sempre uniformi. Per evitare equivoci in un campo così delicato occorre per prima cosa definire un vocabolario e dei concetti che abbiano lo stesso significato per giudici, avvocati e periti. Tralasciamo la definizione psicologica di violenza e di sessuale in quanto operando in ambito giuridico il concetto di violenza sessuale è definito dalle norme giuridiche. A questo proposito gli articoli del Codice Penale sono molto chiari nello stabilire quali atti o comportamenti debbano essere sanzionati.

Per quanto riguarda la definizione del concetto di danno psichico dobbiamo constatare che a distanza di molti anni dalla sua introduzione, non esiste ancora una definizione precisa, univoca e da tutti condivisa. Nella accezione più comune il “Danno” rappresenta una lesione, una disfunzione, una alterazione o una diminuzione più o meno grave ed evidente di efficienza. Con “Psichico” si indica il complesso di fenomeni e funzioni che consentono all’individuo di formarsi una rappresentazione di sé e del mondo e di interagire con esso in modo adattivo.

Il danno psichico potrebbe essere definito come una compromissione, anche in assenza di lesioni o malattie organiche, obiettiva e durevole dell'equilibrio psicologico, del comportamento e delle capacità di adattamento alla realtà, che compromette quindi le capacità, le potenzialità e più in generale la qualità di vita del soggetto.

Al danno psichico si possono quindi attribuire le seguenti caratteristiche:

a.   non indica una menomazione organica e/o neurologica evidenziabile tramite esami di laboratorio.

b.   Riguarda il funzionamento della psiche e le alterazioni di determinati processi mentali rispetto ad una condizione precedente.

c.   Spesso non esiste proporzionalità tra l’evento lesivo e i postumi; la reattività individuale può dare esiti completamente differenti.

 

1. Conseguenze della violenza sessuale

Le conseguenze possono essere distinte in conseguenze a breve termine (o fase acuta), della durata di due o tre settimane, e conseguenze a lungo termine (o fase cronica), nella quale le vittime riorganizzano il proprio stile di vita e in molti casi anche i rapporti interpersonali.  

Le conseguenze a breve termine possono essere ulteriormente suddivise in tre fasi. La prima fase è caratterizzata da intense reazioni di shock, paura, ansia, umiliazione e tristezza; nella seconda fase prevale il ritiro in se stessi, l’introversione, l’autocolpevolizzazione e l’autobiasimo; nella terza fase si ha generalmente una reazione depressiva, pensieri ricorrenti sull’evento, irritabilità e rabbia auto ed eterodiretta (Te Paske, 1987).

Le conseguenze a lungo termine della violenza sessuale sono sicuramente molto più varie sia per tipologia, sia per gravità, sia per la persistenza nel tempo. Dall’indagine con focus sui reati sessuali che l’Istat ha condotto nel 1998 su un campione di 20.064 donne di età compresa tra i 14 e i 59 anni (Sabbadini, 1998), risulta che il 69,4% di quelle che hanno subìto violenza sessuale nel corso della vita “non ha superato l’episodio”. La percentuale sale al 72,4% se vengono considerate solo le donne che hanno subito la violenza negli ultimi tre anni. Purtroppo non possiamo ricondurre l’affermazione “non ha superato l’episodio” a precise categorie nosografiche, rimane però valida la quantificazione della diffusione, del vissuto soggettivo inerente la traumaticità del fatto, e della convinzione che la loro esistenza sia stata in qualche modo segnata negativamente da quello specifico evento. La ricerca dell’Istat conferma sostanzialmente i dati forniti da Russel (1986), secondo il quale i soggetti che riportano gravi conseguenze psicologiche in seguito alla violenza sessuale sarebbero l’80% nel caso che la violenza sia attuata dal padre, il 60% nel caso di violenza subita da parte del fratello e del 40% se l’autore è un parente di altro tipo.

La letteratura riporta come conseguenze a lungo termine della violenza sessuale una grande varietà sia di comportamenti e sintomi, che per le loro caratteristiche o per la loro gravità non possono essere ricondotti a dei veri e propri disturbi psicologici, sia dei veri e propri disturbi. Numerose sono anche le variabili che possono intervenire nel determinare il tipo e la gravità delle conseguenze. Tra queste un ruolo importante hanno la durata dell’abuso, la sua gravità, la relazione tra vittima e abusatore, l’uso della violenza, l’età della vittima e dell’abusatore (Petruccelli, Scardaccione, 1998). In base a queste variabili la possibilità di sviluppare un grave disturbo psicologico sarebbe molto elevate nel caso in cui la violenza fosse attuata a danno di un bambino o di una bambina, per un lungo periodo di tempo, da un parente “stretto”, molto più grande di età, che utilizza la forza e l’intimidazione per avere rapporti sessuali che prevedono un qualche tipo di penetrazione.

Esistono altre due variabili che intervengono nel determinare l’insorgenza e la gravità di disturbi psicologici in seguito alla violenza sessuale: la personalità del soggetto e il sostegno dei familiari. La capacità di elaborare le esperienze e gli eventuali traumi è chiaramente correlata al tipo di struttura di personalità che il soggetto possiede e all’eventuale sostegno che riceve dall’esterno. L’azione di queste due variabili può quindi ridurre o amplificare l’effetto delle variabili prima elencate determinando in ultima analisi una ulteriore riduzione o amplificazione delle conseguenze della violenza. 

Tra le conseguenze della violenza sessuale, che non possono essere considerati dei veri e propri disturbi psicologici, troviamo la riduzione della capacità di concentrazione, la tendenza all’isolamento sociale, promiscuità sessuale, gravidanze e matrimoni precoci.

Tra i disturbi psicologici che si ritrovano con maggiore frequenza il Disturbo Post Traumatico da Stress, con la sua sintomatologia variegata e sfaccettata, è senza dubbio quello maggiormente presente. Oltre a questo, si possono avere come conseguenza della violenza sessuale:

Ø    Disturbo Acuto da Stress;

Ø    Disturbo dell’Adattamento;

Ø    Disturbo Psicotico Breve o Psicosi;

Ø    Disturbo d’Ansia Generalizzato;

Ø    Disturbi o Disfunzioni Sessuali;

Ø    Disturbi Depressivi;

Ø    Fobie;

Ø    Disturbi Alimentari Psicogeni.

 

2. Valutazione del danno psichico

Per cercare di determinare i criteri da seguire nella valutazione del danno psichico conseguente a violenza sessuale dobbiamo necessariamente rispondere a tre domande:

1.   Quando deve essere effettuata la valutazione;

2.   Chi deve effettuare la valutazione;

3.   Come deve essere effettuata la valutazione.

 

Quando deve essere effettuata la valutazione

Trovandoci in presenza di un fenomeno estremamente variabile occorre adottare una metodologia che permetta di evidenziare e valutare la presenza dei disturbi, la loro gravità, la loro persistenza e le loro modificazioni.

Partendo dal presupposto della estrema variabilità dei disturbi e della loro durata, non appare molto corretta l’indicazione di alcuni autori che suggeriscono di effettuare la valutazione a distanza di non meno di uno o due anni dall’evento traumatico. Effettuando la valutazione a tale distanza di tempo non si ha la possibilità di rilevare dei disturbi, che seppure hanno una durata limitata nel tempo, sono a tutti gli effetti dei disturbi psichici direttamente causati da un evento traumatico ben preciso e come tali dovrebbero o potrebbero essere risarciti.

Una corretta valutazione del danno psichico conseguente alla violenza sessuale dovrebbe essere effettuata in almeno tre fasi:

a.   Valutazione iniziale, possibilmente entro un mese dall’evento;

b.   Follow-up entro un anno dall’evento;

c.   Follow-up entro due anni dall’evento.

La prima valutazione dovrebbe essere effettuata entro un mese dall’evento per poter rilevare la presenza di eventuali disturbi come il disturbo acuto da stress o il disturbo psicotico breve, che per le loro caratteristiche possono durare alcune settimane e poi scomparire, oppure possono sfociare in altri disturbi di durata molto più lunga. Un secondo motivo della valutazione iniziale, anche in assenza di evidenti disturbi o sintomi psicologici, è legato alla necessità di rilevare quella che possiamo definire la “situazione di partenza” del soggetto. In questo modo è possibile effettuare una più accurata verifica e analisi dei legami che intercorrono tra il fatto traumatico e i disturbi psichici, rilevati successivamente. Se il soggetto è valutato solo a distanza di uno o due anni dal fatto, la data di comparsa del disturbo e il legame di causalità si deve basare quasi esclusivamente su quanto il soggetto, o le persone vicine al soggetto riportano. In tale situazione il perito è chiaramente maggiormente esposto al pericolo che quanto gli viene riferito possa essere viziato da parzialità o da un vero e proprio tentativo di inganno.

La seconda valutazione dovrebbe essere effettuata entro un anno dall’evento in modo tale da poter accertare la scomparsa o la persistenza dei disturbi rilevati nella prima valutazione, oltre che per rilevare la presenza di disturbi o sintomi nuovi ma che possono essere considerati la conseguenza, la trasformazione o l’aggravamento di quanto già evidenziato.

Nei casi più positivi, e in una parte dei casi in cui è stato attuato il sostegno psicologico, non sono sorti nuovi disturbi e sono scomparsi i disturbi che si erano rilevati nella prima valutazione, rendendo così plausibile la diagnosi di “guarigione”. Tuttavia ciò non contraddice il fatto che il soggetto abbia ugualmente subito un danno psichico che ha dignità di risarcimento. Nei casi meno positivi, in cui sono comparsi nuovi disturbi e/o persistono i disturbi rilevati nella prima valutazione, si rende necessaria una ulteriore valutazione, a distanza di un anno, per meglio valutare la natura e la gravità del danno psichico.

La terza valutazione, effettuata a distanza di due anni dall’evento, è indispensabile per accertare la persistenza e/o l’evoluzione dei disturbi rilevati nella precedente valutazione. Tale valutazione si deve considerare quindi definitiva e i disturbi psichici eventualmente presenti si devono ormai considerare cronici e molto difficilmente reversibili. In questi casi, sicuramente, si dovrà considerare il danno psichico come danno permanente e invalidante per la vita del soggetto.

 

Chi deve effettuare la valutazione

Porsi la domanda su chi deve effettuare la diagnosi psicologica e la conseguente valutazione del danno psichico, sembrerebbe banale in quanto la risposta si potrebbe già avere nella domanda stessa. Benché in Italia esistano delle leggi molto chiare al riguardo, spesso queste sono disattese e la diagnosi psicologica viene effettuata da professionisti che non hanno titolo per effettuarla.

È utile ricordare che l’art. 1 della legge 18 febbraio 1989, n. 56, sull’ordinamento della professione di psicologo, stabilisce che “la professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità …”. Questa norma prevede quindi che l’uso degli strumenti conoscitivi e la diagnosi psicologica sono di competenza dello psicologo. Non esistendo leggi che attribuiscono espressamente ad altri soggetti competenze di tipo psicologico, la possibilità di attuare la diagnosi psicologica, parrebbe quindi essere attuabile, legittimamente, solo da uno psicologo regolarmente iscritto all’Albo Professionale.

Al di là dell’applicazione e della interpretazione delle norme giuridiche, in particolare sull’utilizzo degli strumenti psicologici (ovvero dei test), gli psicologi e gli psichiatri sono gli unici specialisti, che per la loro formazione, sicuramente possiedono le competenze per formulare la diagnosi e per effettuare la terapia dei disturbi psichici.

Da quanto esposto consegue che i soggetti legittimati, ed in grado di effettuare una corretta diagnosi dei disturbi psichici sono solo gli psicologi e gli psichiatri.

 

Come deve essere effettuata la valutazione

Lo scopo della valutazione del danno psichico è, in primo luogo, quello di accertare la presenza di funzioni psichiche disturbate e/o di vere e proprie psicopatologie e, in secondo luogo, di individuare il rapporto tra l’evento traumatico e i disturbi osservati.

Per effettuare una corretta valutazione del danno psichico occorre seguire le seguenti fasi (Brondolo e Marigliano, 1996):

a)   Raccolta delle informazioni sulla vita, le attività lavorative e relazionali passate e presenti;

b)   Accertamento di eventuali psicopatologie preesistenti;

c)   Valutazione delle singole funzioni psichiche (coscienza, attenzione, memoria, intelligenza, percezione, pensiero, affettività, istintualità e volontà);

d)   Valutazione dei disturbi presenti, (sono oggetto della valutazione sia i “Tratti” sia le loro modificazioni derivanti dal fatto traumatico e dalle interazioni con l’ambiente);

e)   Valutazione delle influenze negative sullo stile di vita e sul modo di essere del soggetto;

f)     Prognosi a breve e medio termine.

Per effettuare la valutazione complessiva vengono utilizzati in maniera integrata il colloquio clinico, l’osservazione e i test psicologici. Ogni psicologo varia, in base all’orientamento teorico, le tecniche del colloquio, le modalità e l’oggetto dell’osservazione, e infine variano il tipo e la quantità di test utilizzati.

Il colloquio clinico è ritenuto dagli psicologi uno strumento insostituibile e per molti versi paragonabile all’esame obiettivo in medicina. Il colloquio dovrebbe fornire informazioni rispetto ai processi cognitivi, affettivi, percettivi, relazionali e comportamentali del soggetto.

L’attività di osservazione serve in primo luogo a rilevare le discordanze e le concordanze tra il linguaggio verbale e il linguaggio non verbale, fornendo così una integrazione ai dati raccolti nel colloquio clinico. In alcuni casi viene effettuata una vera e propria osservazione del comportamento e delle modalità relazionali del soggetto nel suo ambiente naturale.

I test psicologici dovrebbero servire a oggettivare ed evidenziare aspetti o processi che il soggetto cerca di celare, o di cui non è consapevole, o ancora, dovrebbero servire a suffragare quanto emerso dal colloquio clinico.

In ambito peritale i test più utilizzati sono quelli proiettivi (come il Rorschach, il TAT, il CAT, il Blacky picture, il Wartegg, il Patte-noire, il disegno libero, il test dell’albero), di intelligenza (WAIS, WISC-R e Matrici Progressive), e di personalità (MMPI, MMPI 2, MMPI-A, PF 16, CBA2).

Benché i test proiettivi siano quelli più utilizzati, sono anche quelli che forniscono i risultati più variabili in base al somministratore e al metodo di interpretazione utilizzato. Oltre a ciò occorre sottolineare che numerose ricerche hanno dimostrato la capacità dei soggetti di falsificare i risultati anche senza una conoscenza diretta e precisa del test proiettivo. Già nel 1950 Carp e Shavzin (Bonocori, 1993) dimostrarono come alcuni soggetti sottoposti al test di Rorschach riuscivano a dare una “buona” o una “cattiva” impressione, e in genere di dare volontariamente risposte diverse da quelle che venivano immediatamente in mente; nel 1988 Meisner, utilizzando lo stesso test, dimostrò che soggetti a cui era stato chiesto di simulare la depressione, riuscivano perfettamente a raggiungere lo scopo, venendo diagnosticati come depressi. Sembra ormai ampiamente dimostrato che, contrariamente a quello che comunemente si crede, le risposte ai test proiettivi sono falsificabili quanto o più di quelle dei questionari (Gallucci, 1984; Bonocori, 1993). A differenza dei questionari, che prevedono sempre delle scale che misurano la sincerità delle risposte, i test proiettivi e lo psicologo che li somministra, non possiedono nessuna garanzia contro le falsificazioni. La correzione e l’identificazione delle distorsioni nelle risposte è ardua in quanto è molto difficile predire in che modo risponderà un soggetto che vuole apparire “migliore” o “peggiore”, “sano” o “malato” (Bonocori, 1993).

Per cercare di limitare al minimo le possibilità di errore, le critiche di non oggettività della valutazione e la possibilità di simulazione, sarebbe utile effettuare anche la valutazione del profilo psicofisiologico. Benché al momento attuale siano numerosissimi gli studi e le esperienze sull’utilizzo ai fini diagnostici e terapeutici dei correlati fisiologici dello stato psicologico, in Italia questo filone attualmente è poco seguito. A differenza di quanto avviene in Italia, negli Stati uniti sono numerose anche le applicazioni in ambito giudiziario (Lang, 1978; Tomaken, 1995). Il ricorso a strumenti in grado di fornire indicazioni oggettive dei correlati fisiologici risale agli inizi del ‘900 e nel corso degli anni ha avuto una grande diffusione soprattutto tra gli psicologi di scuola cognitivo-comportamentale.

Il profilo psicofisiologico del soggetto si ottiene misurando alcuni indici fisiologici (in genere la tensione muscolare, l’attività elettrodermica, la frequenza cardiaca e la temperatura cutanea) seguendo uno schema che prevede diverse fasi. Sinteticamente le fasi possono essere così riassunte:

a)   Fase di adattamento (nella quale il soggetto dopo essersi disteso sul lettino viene collegato ai sensori e si aspetta alcuni minuti senza effettuare alcuna rilevazione);

b)   Fase di rilevazione dei valori basali;

c)   Fase di rilevazione ad occhi chiusi;

d)   Fase di rilassamento;

e)   Fase di stress oggettivo (si invita il soggetto a fare dei calcoli matematici, e/o a leggere delle parole scritte con colori diversi);

f)     Fase di recupero (si attende che i parametri fisiologici ritornino ai valori basali); g) fase di stress soggettivo (il soggetto viene sottoposto a stimoli per lui ansiogeni o negativi); h) fase di recupero (si attende che i parametri fisiologici ritornino ai valori basali).

È importante sottolineare che per una corretta valutazione psicofisiologica occorre considerare più parametri contemporaneamente, in quanto alcuni soggetti pur manifestando delle variazioni molto marcate di alcuni indici, non subiscono variazioni rilevanti degli altri, anche in presenza di un forte malessere psicologico. Di tutti i parametri fisiologici, quelli inerenti la tensione muscolare e l’attività elettrodermica sono senza dubbio i più studiati e i più utilizzati, oltre ad essere quelli con una più elevata correlazione diretta e immediata con lo stato mentale.

Come si è già detto, gli indici fisiologici che più comunemente vengono considerati nella valutazione dei disturbi psicologici sono la tensione muscolare, il potenziale elettrodermico, la frequenza cardiaca e la temperatura cutanea.

Tensione muscolare: La tensione muscolare viene misurata con l’elettromiografo (EMG), il quale rileva attraverso degli elettrodi cutanei la variazione del potenziale elettrico muscolare. Il potenziale di eccitazione muscolare dipende dal potenziale di eccitazione presente nell’area motoria corticale, ed è collegato allo stato di tensione emotiva generale. Generalmente per valutare la tensione emotiva si posizionano i sensori sui muscoli frontali (Pancheri, 1979; Basmajian, 1985).

Attività elettrodermica: Questo parametro può essere misurato attraverso la conduttanza cutanea (Galvanic Skin Response) o attraverso il potenziale di eccitazione delle ghiandole sudoripare (Skin Potential Response). L’attività elettrodermica e strettamente correlata con i processi psicologici dell’attenzione e delle emozioni. Viene quindi utilizzato per valutare lo stato di attivazione cognitiva ed emotiva del soggetto. Mentre il GSR è in grado di segnalare genericamente la presenza di una emozione, l’SPR è in grado di distinguere le emozioni positive da quelle negative. Le variazioni rispetto all’attività di base sono correlate all’eccitazione della ghiandola da parte delle terminazioni del nervo simpatico, in concomitanza con le variazioni dello stato di allerta della formazione reticolare ascendente (Anchisi, Gambotto Dessy, 1996).

Frequenza cardiaca: La frequenza cardiaca viene abitualmente rilevata con un pletismografo che si pone sul lobo dell’orecchio o sul polso. Questo dato rappresenta un indice dello stato di ansia o di rilassamento. Nel caso in cui la presentazione di determinati stimoli causa una variazione della frequenza cardiaca si ha una indicazione della effettiva capacità di detti stimoli di elicitare uno stato di ansia nel soggetto (Pancheri, 1979; Basmajian, 1985; Anchisi, Gambotto Dessy, 1996).

Temperatura cutanea: La rilevazione della temperatura cutanea avviene posizionando un termistore sulla mano. Questo parametro permette di valutare il tipo di attivazione neurovegetativa del soggetto. L’attivazione del sistema simpatico determina vasocostrizione e quindi diminuzione della temperatura corporea soprattutto negli arti, al contrario l'attivazione del sistema parasimpatico determina un aumento della temperatura corporea (Pancheri, 1979; Basmajian, 1985; Anchisi, Gambotto Dessy, 1996).

Possiamo affermare, supportati da una serie innumerevole di studi, che esistono profili psicofisiologici e reazioni caratteristici per ognuno dei più comuni disturbi psicologici. Tali profili e tali reazioni sono facilmente individuabili dall’esperto durante l’effettuazione delle misurazioni, e soprattutto sono estremamente difficili o impossibili da simulare, in quanto i parametri considerati non dipendono dal controllo cosciente del soggetto.

L’analisi dei livelli e delle fasi in cui avviene l’attivazione, la valutazione dei parametri che subiscono un incremento o un decremento, l’analisi dei tempi di recupero, il confronto tra i valori in stato di riposo e i valori in stato di attivazione ecc. forniscono informazioni precise ed oggettive che sono strettamente correlate con l’eventuale disturbo psichico del soggetto.

Sommariamente possiamo affermare che:

Ø    I soggetti che lamentano disturbi da stress presentano un quadro caratterizzato da uno stato di allerta continuo, un ipertono muscolare, tachicardia, vasocostrizione e ipotermia periferica (Blanchard, Epstein, 1983; Pitman, Orr, 1993);

Ø    I soggetti ansiosi e/o fobici manifestano evidenti alterazioni del potenziale elettrodermico e, in misura minore, miolettrico in presenza di ideazioni o stimoli pertinenti (Raskin, 1975; Cancheri, 1979; Chattopadhyay, Biswas, 1983; Boucsein, 1992);

Ø    I soggetti depressi hanno una scarsa reattività elettrodermica e una elevata attività miolettrica in presenza di ideazioni disforiche (Teasdale, Bancroft, 1977);

 

3. Difficoltà di valutazione e quantificazione del danno psichico

La valutazione del danno psichico risulta molto difficile da effettuare a causa di almeno quattro fattori che possiamo così brevemente riassumere:

1.   Il danno psichico è determinato da vissuti, da elaborazioni e da aspetti strettamente soggettivi ai quali non si possono applicare in modo pedissequo i principi della causalità e della consequenzialità propri della medicina legale.

2.   I riferimenti teorici e le metodologie utilizzate spesso sono eterogenei e contraddittori.

3.   Vengono utilizzati mezzi e strumenti che non sempre forniscono risultati perfettamente riproducibili secondo il classico metodo sperimentale.

4.   Esiste la concreta possibilità di casi di simulazioni allo scopo di ottenere un risarcimento.

La quantificazione del danno psichico risulta essere altrettanto difficile da effettuare a causa di fattori che possiamo definire sia di carattere tecnico sia di carattere culturale e socioeconomico. Sebbene i tentativi di quantificazione dei possibili danni psichici sono ormai numerosi (Brontolo, Marigliano, 1996; Pastena et altri, 1999), obiettivamente è molto difficile stabilire quanto il danno subito incida sulle capacità di funzionamento psicologico, sociale e occupazionale. Alla difficoltà di quantificare il danno si aggiunge la difficoltà di trasformarlo in quantificazione economica a causa degli influssi sociali, culturali ed economici che il danno stesso ha.

Tra le varie tabellazioni proposte per il danno psichico, quella contenuta nella legge 104/92 per la valutazione del grado di handicap, quella elaborata da Brondolo e Marigliano e quella contenuta nella “guida alla valutazione del danno permanente” dell’American Medical Association (AMA), del 1993, sembrano quelle maggiormente interessanti, la prima per la sua “ufficialità, e le altre due per la semplicità e la facilità di applicazione.

La tabella proposta da Brondolo e Marigliano è composta da otto classi che prevedono un grado di menomazione crescente  da  0 a 75-90%. La scala fa riferimento alla sintomatologia e non alle categorie nosografiche. I sintomi contenuti nella prima classe non sono ritenuti degni di risarcimento in quanto rientrerebbero nella normale variabilità soggettiva e nelle naturali reazioni agli eventi della vita.

La tabella AMA prevede una scala di valutazione suddivisa in cinque classi con grado di compromissione crescente dell’intelligenza, dell’ideazione, della percezione, del giudizio, dell’affettività, del comportamento, dell’autosufficienza, e della risposta alla riabilitazione. Uno dei vantaggi, offerti da questa tabellazione, è rappresentato dal fatto che non si fa riferimento a categorie nosografiche ma a funzioni psichiche e comportamentali alcune delle quali sono relativamente facili da osservare e valutare.

Tabella 1. Scala di valutazione dell’alterazione anatomo-funzionale proposta dall’AMA.

Classe

1 = 0-5%

2 = 10-20%

3 = 25-50%

4 = 55-75%

5 = > 75%

Intelligenza

normale

lievemente ritardata

moderatamente ritardata

marcatamente ritardata

severamente ritardata

Ideazione, percezione, giudizio

senza deficit

lieve

deficit

moderato

deficit

marcato

deficit

severo

deficit

Affettività

normale

live problema

moderato problema

marcato problema

severo problema

Comportamento

normale

lieve problema

moderato problema

marcato problema

severo problema

Autosufficienza

normale

bisogno di poco aiuto

bisogno di regolare aiuto

bisogno di molto aiuto

perduta

Risposta alla riabilitazione

eccellente

buona

buona

condizioni statiche

condizioni peggiori

 

Al di là dei possibili inquadramenti diagnostici e delle possibili quantificazioni non si dovrebbe trascurare il fatto che la violenza sessuale, così come molti altri tipi di traumi, può lasciare un segno che determina in modo negativo il resto dell’esistenza. Spesso ciò si traduce nell’impossibilità di avere o di realizzare dei “sogni” che invece si sarebbero potuti avere e forse si sarebbero potuti realizzare se l’esistenza di quella persona non fosse stata “segnata”. In altri termini si dovrebbe risarcire anche quello che il soggetto avrebbe potuto essere e invece non è a causa del danno subito.

Nella valutazione del danno psichico, oltre alla “menomazione” subita occorrerebbe valutare e considerare anche quello che possiamo definire la lesione del diritto alla felicità che il soggetto subisce. Nel 1985 per la prima volta in un tribunale statunitense venne riconosciuto il diritto al risarcimento economico per la perdita del piacere della vita, conseguente ad un fatto traumatico (Celli, Mascaro, 1999). “Perdita della capacità di godere della vita” venne definita la perdita che deriva da lesioni psichiche o fisiche in grado di menomare le capacità del soggetto nell’ambito della vita stessa. Rappresenta la riduzione parziale o totale della capacità di svolgere delle attività o funzioni che erano o avrebbero potuto essere importanti per lo stile di vita del soggetto. Per valutare la perdita del piacere della vita, Terman (1993) ha elaborato una scala di valutazione (Loss of Enjoyment of Life Severità Scale LEL-SS) che prende in considerazione quattro aree:

1.   L’area di funzionamento fisica/pratica che si riferisce alle attività quotidiane che hanno subito una alterazione nel funzionamento o nel grado di soddisfazione.

2.   L’area di funzionamento emozionale/psicologica che si riferisce alla possibilità del soggetto di vivere libero da ansia, depressione, sentimenti ostili e perdita del senso di realtà. Inoltre fa riferimento alla lucidità di pensiero, alla memoria, alla concentrazione e alla formulazione di giudizi e decisioni favorevoli all’interessato.

3.   L’area del funzionamento sociale/ricreativa che fa riferimento alla capacità, alla frequenza e alla soddisfazione di interagire con i familiari, con gli amici, di vivere piacevolmente eventi sociali e hobby.

4.   L’area del funzionamento occupazionale/scolastico che si riferisce alla capacità di intraprendere una carriera o una vocazione, liberamente scelta e di ricavare piacere dalla scelta effettuata.

Per calcolare la dimensione complessiva del danno si calcola la media delle quattro aree, ponderando ogni valore in base allo stile di vita del soggetto, a come avrebbe dovuto essere e a come non potrà più essere a causa del danno. La quantificazione del danno che si ottiene è così schematizzata: 0% = nessuno; 1-10% = minimo; 11-30% = lieve; 31-50% = moderato; 51-70% = severo; 71-90% = estrema gravità; 91-99% = catastrofico; 100% = totale (Terman, 1993).

 

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Dr. Giuseppe Armentaro Psicologo-Psicoterapeuta C.so Trapani, 74 - 10139 Torino - Tel. 011.377.399

   

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