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Dr. Giuseppe Armentaro
Psicologo -
Psicoterapeuta
Iscr. Ordine
Regione Piemonte n° 1580
Come curarsi
Il
soggetto che soffre di un disturbo psicologico molto spesso non sa come
curarsi e a chi rivolgersi. Tra la gente comune esiste molta confusione
nel definire le competenze e gli ambiti di intervento di psicologi,
psicoterapeuti, psichiatri o neurologi. La confusione e l'incertezza
aumentano ancora di più se si deve attuare autonomamente la scelta del
tipo di psicoterapia da intraprendere. La quasi totalità dei soggetti
non sanno che esistono molti tipi di psicoterapie e che ognuna di esse
può essere più indicata per un determinano sintomo o per un determinato
soggetto. Purtroppo manca la figura del consulente psicologico che, allo
stesso modo del medico di base per la medicina, invia il soggetto verso
il tipo di terapia e lo psicoterapeuta più adatto per il soggetto e per
il tipo di disturbo.
Dopo questa doverosa premessa si vogliono riportare
alcune informazioni sulle psicoterapie ad indirizzo comportamentale e
cognitivo.
Le teorie
cognitivo-comportamentali hanno dimostrato l'esistenza di uno stretto
legame tra pensieri, emozioni, e comportamenti dell'individuo.
Modificando i pensieri e i comportamenti della vita attuale, possiamo
liberarci di difficoltà che ci affliggono anche da anni. La
psicoterapia cognitivo-comportamentale è centrata sul disturbo
manifestato. Il paziente e lo psicoterapeuta lavorano insieme per
trovare la soluzione al malessere, cercando di individuare i motivi che
lo favoriscono e lo mantengono.
Questo tipo di psicoterapia
è tra le più brevi, in quanto raramente si fanno più di 30/40 sedute
settimanali della durata di circa un'ora, e non prevede l'utilizzo di
farmaci.
Le teorie alla base delle psicoterapie comportamentali e
cognitive, discendono dalla psicologia sperimentale e rappresentano il
tentativo di costruire una psicologia e una psicoterapia basata sul
modello delle scienze naturali e quindi sulla verificabilità e falsificabilità degli assunti. Questa scelta ha indotto spesso, i
seguaci di questa scuola di pensiero, a trascurare alcuni disturbi o
alcuni aspetti della psiche umana che mal si prestavano ad essere
studiati in modo così preciso. Nonostante le difficoltà la scuola cognitivo-comportamentista si è conquistata un ruolo importantissimo
nella cultura psicologica e soprattutto nella cura di molte
psicopatologie. Sulla base di innumerevoli studi e ricerche che ne hanno
dimostrato l'efficacia, la terapia cognitivo-comportamentale viene
riconosciuta come terapia di elezione della maggior parte dei disturbi
emozionali e comportamentali (Ansia, fobie, disturbo
ossessivo-compulsivo, depressione, disturbi sessuali ecc).
Nel corso degli anni si
sono susseguite continue evoluzioni e integrazioni delle
teorie, fino al punto di costituire un insieme molto articolato, che
seppure caratterizzato dallo stesso carattere metodologico, sono
profondamente diverse per l’oggetto di studio e per le tecniche
terapeutiche utilizzate. Con una divisione molto approssimativa,
possiamo considerare almeno tre filoni all’interno di questo tipo di
teorie. Il primo filone, e il più antico, è quello Comportamentale o Behaviorista, il secondo è quello Cognitivo-Comportamentale e il terzo
quello Cognitivo.
Tra teorie e psicoterapie comportamentali e teorie e
psicoterapie cognitive, esistono notevoli differenze, che si sotanziano,
principalmente, con il loro oggetto di studio. Il comportamentismo ha
come principale oggetto di studio, di analisi e di modificazione, il
comportamento osservabile dell’individuo. Il cognitivismo ha invece come
oggetto di studio e di analisi, prevalente, i processi mentali, le
cognizioni e le emozioni. Le teorie e le psicoterapie
cognitivo-comportamentali considerano entrambi gli aspetti, anche se
molti dei seguaci di tale indirizzo continuano ad avere una attenzione
maggiore per gli aspetti comportamentali rispetto a quelli cognitivi ed
emotivi.
Teorie
Compotamentali
Le tecniche terapeutiche comportamentali hanno il loro
fondamento teorico e pratico nelle stesse leggi dell’apprendimento che
possono aver determinato il comportamento problematico. Le terapie
comportamentali hanno inizio con una dettagliata analisi delle
circostanze e delle modalità con le quali il comportamento si è
manifestato e si è eventualmente evoluto. In questa fase è di
fondamentale importanza l’individuazione degli antecedenti, ovvero i
fattori che possono aver provocato l’elicitazione di quel comportamento,
e le conseguenze per il soggetto e per l’ambiente, di quelle
manifestazioni comportamentali.
Le principali tecniche terapeutiche strettamente
derivanti dalle teorie behavioriste sono: la Desensibilizzazione
Sistematica, il Flooding, la Terapia Avversiva, il Training di abilità
sociali e il Biofeedback.
La Desensibilizzazione Sistematica (DS), rappresenta una
delle tecniche più conosciute ed efficaci nella terapia dei disturbi
comportamentali. Tale tecnica fu concettualizzata da J. Wolpe a partire
dagli anni sessanta, e si basa sul principio del controcondizionamento.
Nel processo di condizionamento classico uno stimolo neutro è stato
associato ad uno stimolo negativo e tale associazione ha determinato una
risposta neurovegetativa molto accentuata (di ansia, di malessere), che
determina un comportamento di evitamento. Il comportamento di evitamento
(o la fobia vera e propria) può essere modificato, in senso inverso, se
si associa allo stimolo ansiogeno uno stimolo positivo, in grado di
inibirlo. I principali stimoli in grado di inibire gli stimoli ansiogeni
sono secondo Wolpe l’attività sessuale, il cibo e il rilassamento
muscolare, che rappresenta la modalità maggiormente utilizzata nella
terapia.
La Desensibilizzazione Sistematica può essere effettuata
in “immaginazione”, facendo associare al soggetto lo stato di
rilassamento con il pensiero della situazione ansiogena, oppure dal
“vivo”, facendo esporre il soggetto alla situazione ansiogena reale, e
contemporaneamente attuare tecniche di rilassamento.
Il Biofeedback si basa sull’apprendimento, da parte del
soggetto, del controllo delle funzioni fisiologiche, con l’ausilio di
apparecchiature che le monitorizzano. Le funzioni fisiologiche, nei casi
di disturbi psicosomatici, sono chiaramente molto alterate; rendere il
soggetto in grado di ristabilire i valori normali, o vicino alla norma ,
di funzioni come il battito cardiaco, la tensione muscolare, la
pressione arteriosa, la respirazione ecc. permette di eliminare il
disturbo stesso.
Teorie Cognitive-Comportamentali
Il termine cognitivo-comportamentale è stato coniato
negli anni settanta, per indicare una vasta serie di teorie e tecniche
psicoterapeutiche, nate negli anni sessanta, che ponevano l’accento
sugli aspetti “cognitivi” che influenzavano il comportamento. Tale
termine è stato successivamente utilizzato indiscriminatamente per
descrivere teorie e tecniche di natura prettamente comportamentiste, o
all’opposto prettamente cognitiviste. Allo stesso modo sotto tale
etichetta si sono catalogati psicoterapeuti che utilizzavano tecniche e
teorie quasi esclusivamente comportamentali o quasi esclusivamente
cognitiviste.
Le esperienze accumulate da moltissimi terapeuti
comportamentisti, nelle quali la sensazione che molti miglioramenti
fossero dovuti ad attività cognitive come la memoria, il pensiero o
l’aspettativa, mal si conciliavano con gli assunti comportamentali più
rigidi, che negavano la legittimità scientifica a questi aspetti.
Lentamente una serie di tecniche di natura prettamente cognitiva, come
la modificazione del dialogo interno, il problem-solving e la
ristrutturazione cognitiva, divengono parte integrante del repertorio
dei terapeuti comportamentisti.
Secondo gli psicologi cognitivo-comportamentali
l’apprendimento si verifica sempre attraverso una mediazione cognitiva,
e gli eventi cognitivi, le emozioni e i comportamenti si influenzano
vicendevolmente. Da questi assunti deriva che nella pratica terapeutica
è possibile modificare il comportamento, o eliminare il disturbo,
modificando i pensieri disfunzionali, i meccanismi di pensiero (processi
cognitivi) e le assunzioni e/o credenze più profonde (strutture
cognitive).
Teorie Cognitiviste
Le origini della psicologia cognitiva vengono fatte
risalire alla fine degli anni Cinquanta. In quel periodo George Kelly
propose una teoria della personalità, basata sui costrutti personali, da
cui si sviluppò quello che negli anni Ottanta fu chiamata psicologia
cognitiva costruttivista. La psicologia cognitiva costruttivista si
differenzia notevolmente da quella comportamentale o
cognitiva-comportamentale per i presupposti teorici, la considerazione
delle emozioni e l’importanza attribuita alla relazione terapeutica.
La psicologia cognitiva ha l’obiettivo di costruire
modelli in grado di spiegare le modalità di conoscenza che l’individuo
mette in atto nella sua interazione con l’ambiente. La teoria cognitiva
prevede un soggetto attivo, che elabora dati, generatore di conoscenze
personali e di significati. Allo stesso modo dello scienziato costruisce
modelli di sé e del mondo, modelli che determinano ciò che percepisce e
gli permettono di formulare ipotesi che possono essere messe alla prova
attraverso i comportamenti.
Nelle teorie e nelle terapie cognitive comportamentali (o
cognitivo-razionaliste) si presume di poter stabilire oggettivamente
quali siano i comportamenti più adattivi nelle varie situazioni della
vita, e quali processi cognitivi siano più corretti o idonei.
Esisterebbero quindi modalità “più corrette” e “meno corrette” di
costruire le proprie esperienze, e la valutazione dell’adeguatezza delle
modalità con la quale vengono costruite tali esperienze deriva dal
confronto tra le due modalità, la prima, la più logica, la più
razionale, e la seconda soggettiva. Il cognitivismo costruttivista,
anziché sul confronto, basa la valutazione sul parametro del successo o
dell’insuccesso nel raggiungimento dei propri scopi. Il compito dello
psicoterapeuta cognitivo-costruttivista non sarà quindi quello di
valutare la corrispondenza delle costruzioni del soggetto con la realtà
esterna, ma piuttosto quello di considerare la loro coerenza interna e
la capacità di fargli raggiungere i suoi obiettivi. L’obiettivo della
terapia si sposta dal tentativo di eliminazione dei sintomi al tentativo
di comprenderne il significato “adattivo” che essi hanno. Una volta che
il soggetto è riuscito a comprendere la funzione di equilibrio interno
che il sintomo svolge si può cercare di sostituirlo con modalità di
reazione che pur adempiendo all’originaria funzione adattiva, soddisfino
anche ad altre esigenze personali.
Le teorie sulle emozioni hanno avuto, all’interno della
psicologia cognitiva costruttivista, notevoli sviluppi con rilevanti
implicazioni cliniche. In primo luogo le emozioni vengono considerate
come attività cognitive autonome e indipendenti dalla elaborazione
concettuale attuata dal sistema conoscitivo. In secondo luogo le
componenti di base delle emozioni sarebbero determinate biologicamente e
sarebbero portatrici di informazioni essenziali per i bisogni
dell’individuo.
La teoria cognitiva costruttivista afferma che le stesse
informazioni possono essere elaborate contemporaneamente da strutture
diverse. Il sistema cognitivo può elaborare contemporaneamente (in
parallelo) le informazioni mediante diversi sottosistemi, mentre la
coscienza ha capacità limitate in quanto l’elaborazione può avvenire
soltanto in modo seriale. Ciò significa che bisogna considerare almeno
due livelli di elaborazione diversi: quello cosciente e quello
inconscio.
La costruzione del processo di sviluppo e di costruzione
del sistema conoscitivo individuale vengono spiegate con la teoria
dell’attaccamento di John Bowlby. L’attaccamento si attiva fin dalla
nascita in base a predisposizioni innate, e regola i comportamenti
interpersonali. Vengono individuati quattro pattern di attaccamento: A
(evitante), B (sicuro), C (resistente) e D (disorientato).
Il bambino che attua un attaccamento evitante, nel corso
del primo anno di vita si è trovato ad interagire con un genitore che
svalutava le sue richieste di cura e conseguentemente rispondeva poco ad
esse. Ciò ha portato il bambino a costruire un insieme di aspettative di
rifiuto rispetto alle esigenze di attaccamento con conseguente tentativo
di repressione di tali esigenze. Tali soggetti possono andare incontro a
quadri clinici caratterizzati da disturbi psicosomatici o depressivi.
Il bambino che attua un attaccamento sicuro ha
sperimentato fin dai primi giorni di vita una risposta positiva alle sue
richieste di attaccamento. Si sente quindi degno di attenzione e in
diritto di esprimere il disagio che prova. Allo stesso tempo percepisce
l’altro come persona affidabile, benevola e disponibile.
Il bambino che attua un attaccamento resistente ha
sperimentato una interazione con un genitore molto incostante e
incoerente nel rispondere alle sue richieste di cura. I suoi modelli
operativi conterranno informazioni discordanti sulla certezza che
l’altro risponda sempre positivamente alle sue richieste. Da un lato ci
sono le basi per la costruzione di una immagine di sé degna di
attenzione, dall’altro ci sono le basi per costruire un’immagine si sé
indegna di attenzioni.
Il bambino con attaccamento disorientato si è trovato ad
interagire con un genitore che a causa del continuo emergere di lutti e
traumi, ha assunto atteggiamenti di dolore, di paura o di collera,
mentre rispondeva al bisogno di attaccamento del bambino
In base alle risposte che il bambino riceve dalle figure
di attaccamento elabora le rappresentazioni riguardanti il sé, gli altri
e gli schemi di conoscenza. Man mano che le relazioni interpersonali e
lo sviluppo delle capacità di rappresentazione mentale si ampliano, si
attua la strutturazione di un embrione di immagine autonoma del sé,
immagine che si trasformerà in vera e propria identità personale nel
periodo dell’adolescenza. L’identità personale è quindi il risultato di
un processo che inizia dalle prime esperienze di attaccamento e prosegue
ininterrottamente e gradualmente generando un insieme organico di schemi
cognitivi, emotivi e motori che costituiscono il sistema personale di
conoscenza. Ogni fase di questo processo si struttura sulla precedente e
determina la successiva. Il risultato finale rifletterà ed esprimerà
quindi l’intero processo. Sul piano pratico l’analisi degli schemi di
attaccamento che il soggetto attua nel presente possono servire a
comprendere le modalità relazionali del passato, e soprattutto possono
servire a comprendere e gestire la relazione tra il paziente e il
terapeuta. Allo stesso tempo l’analisi delle precoci modalità di
attaccamento possono servire a costruire un’immagine di sé diversa e più
funzionale.
Bibliografia
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Bollati Boringhieri, Torino, 1996.
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J. Wolpe, The practice of behavior therapy, Pergamon
Press, New York, 1969 (tr.
It. Tecniche di terapia del comportamento, Franco Angeli,
Milano, 1984).
Dr. Giuseppe
Armentaro Psicologo-Psicoterapeuta C.so Trapani, 74 - 10139 Torino -
Tel. 011.377.399 |